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Difficile spiegare come l’aspetto più importante – e forse più bello – del viaggio in Transiberiana sia l’andare in treno e come  la visita delle città sia quasi un corollario, un intervallo di questo lungo trascorrere del treno su un territorio immenso, che ne costituisce la caratteristica saliente, giusto il tempo per fare un giro, averne un’idea.
E’ infatti ciò che mi è rimasto più impresso, confondendosi il ricordo delle città in un mosaico dai contorni di giorno in giorno più indistinti.
Ho fatto una decina di soste lungo gli oltre diecimila chilometri percorsi, soffermandomi circa due giorni in ciascuna città.
Da Milano, sono atterrato in aereo a Mosca il 28 luglio, intorno alle 16, ora locale. Operazioni non troppo lunghe in aeroporto e subito in taxi all‘hotel Izmailogo, oltre un’ora di percorso e 57 euro di spesa (2.000 rubli). La circostanza mi è bastata per evitare successivamente di prendere altri taxi e servirmi invece dei mezzi pubblici, economici e in genere abbastanza efficienti, con punte di assoluta eccellenza nella metropolitana.
L’Izmailogo è un complesso di quattro grandi hotel costruiti per le Olimpiadi del 1980: enormi ma accoglienti,  a cinquanta metri dalla stazione della metropolitana che ti porta in centro in pochi minuti. Il prezzo non è dei più economici: 77 euro (2.700 rubli) in alta stagione, ma c’è al mattino una colazione superlativa, con la più ampia scelta di cibo, occidentale e locale, per cui puoi saltare tranquillamente il pranzo a mezzogiorno. Mosca, del resto, è ormai una delle città più care al mondo. Ma nelle altre città i prezzi saranno notevolmente più bassi!
Il tempo di farmi una doccia e sono già in metro, diretto alla Plosciad Revoliuzii, Piazza della Rivoluzione, da cui a piedi si può andare al Cremlino, Piazza Rossa, Piazza del Maneggio e tutto ciò che il centro ti offre. Non ho più l’emozione di quando l’ho visitata per la prima volta, ma mi prende una piacevole sensazione nel ritrovare luoghi conosciuti, senza alcuna ansia.
Così è anche nelle poche ore del mattino successivo (29 luglio), quando ho solo il tempo per visitare  l’Izmailogo vernissage, a pochi passi dall’hotel, un mercato di prodotti tipici russi che vale davvero la pena visitare, sia per i prodotti in esposizione, che per le costruzioni in cui è ospitato: un intero quartiere di case in legno, colorate, che ti proiettano in una dimensione di Russia da favola, lontana dal traffico caotico della città.
L’aereo per Vladivostok parte alle 19,10, ma è necessario muoversi per tempo, cosicché intorno alle 15 lascio l’hotel. Questa volta prendo la metropolitana, sino alla stazione Rechnoy Vokzal e di qui in autobus, sino all’aereoporto Sheremetevo 1, da cui parte il volo per Vladivostok.Certo, è un peccato che una metropoli come Mosca non abbia un collegamento diretto tra l’aeroporto ed il centro, ma pare che stiano prolungando la linea della metropolitana e ciò diventerà possibile in un prossimo futuro.
Lasciando Mosca, si lascia un mondo in cui ancora è facile orientarsi, con tanti turisti, anche italiani, cui rivolgersi in caso di bisogno.

 

A Vladivostok si entra in un’altra dimensione. Si è a sette ore di fuso orario da Mosca e nove da casa. Difficile incontrare turisti occidentali.
Vi arrivo alle 10,50 del 29. Il tempo è andato all’indietro di un po’ di ore!
La città, che sino a un decennio addietro era vietata agli stranieri per motivi militari, mi accoglie con un solicello tiepido che aiuta a familiarizzare con il posto, consente persino di prendere un po’ di sole sul lungomare. Vi è tanta gente che passeggia, conversa, seduta a chioschi e bar. In maggioranza sono giovani, spigliati e per nulla diversi da quelli di casa nostra. La mia presenza comunque, pur discreta, non sfugge a nessuno. Mentre sono seduto ad un chiosco, mi salutano un paio di ragazze che mi chiedono notizie circa la mia provenienza. Rimangono meravigliate della mia pronta risposta in russo e con fare disinvolto si siedono accanto e giù a chiedere chi sono, come mai sono lì, dove vado, cosa faccio, dove ho imparato il russo. Tra una domanda e l’altra mi invitano a prendere da un cartoccio che contiene pezzetti di pesce affumicato: molto buono. Diventa d’obbligo ordinar della birra: una vera delizia, ghiacciata, sul sapore salato del pesce. Natascia non è di Vladivostok: è lì per qualche faccenda. Il giorno dopo torna a Kabarovsk e si dice ben lieta di accompagnarmi in visita nella sua città, che è la prossima meta del mio viaggio. Ci annotiamo i numeri telefonici.
La giornata trascorre passeggiando, conversando con persone diverse, di strada in strada, attraverso un traffico denso e a volte caotico, con scarichi di vecchi camion che sbuffano fumo nero che stringe alla gola, pur in spazi molto ampi. Ma poi vi sono giardini, ampi parchi, con tanti segni che ancora documentano l’antico regime.

 

Il 31 luglio, alle 14,35 prendo il treno che alle 2,58 del giorno successivo mi farà arrivare  a Kabarovsk. Cosa ci farò a quell’ora in stazione?!...Calma, questa è l’ora di Mosca! Son da aggiungere sette ore per avere l’ora locale: quindi arriverò alle 09,58. Un buon orario.
La città è bella, moderna con grattacieli ed ampi viali. Il sole continua ad assistermi e mi consente di rilassarmi sulla spiaggia, il lungofiume dell’Amur; dove però non è il caso di immergersi per l’acqua non proprio trasparente.
Mi collego ad internet ed invio qualche e mail per il mondo a dire che son vivo. Il cellulare, che a Vladivostok mi aveva consentito di inviare sms, qui non funziona. Il gestore della mia linea italiana mi aveva assicurato che, una volta in Russia, sarebbe avvenuto automaticamente il passaggio a Megaphone, il gestore russo che copre tutto il territorio russo, ma non è proprio così e dovranno passare migliaia di chilometri prima che riprenda a funzionare. Ogni operatore russo copre definite fasce del territorio, cosicché pur comprando una scheda di gestore russo,  questa servirà solo per un tratto definito ma, via via che ci si sposta, occorrerà acquistarne di nuove.
I russi sono espertissimi in tema di cellulari, in quanto la vastità del territorio li obbliga a rendersi edotti su come risolvere i  problemi che ne conseguono.

 

Riparto da Kabarovsk alle 09,58 del 2 agosto, destinazione Ulan Ude, ove arriverò alle 13,00 del 4 agosto, dopo oltre 50 ore di viaggio, in classe platskard, pagando 1868 rubli, qualcosa come 53 euro. Che differenza rispetto ai prezzi delle ferrovie italiane!
Ulan Ude, città di 400.000 abitanti, sul fiume Uda, è la capitale della Repubblica autonoma dei Buriati. Fondata nel 1666 dai cosacchi, si sviluppò come centro commerciale tra la Russia e la Cina. Oggi è sede di tante industrie, oltre che importante punto di incontro delle ferrovie Transiberiana e Transmongolica.
Di scarso interesse turistico, mi colpisce la gigantesca testa di Lenin nella piazza centrale.
La città non mi piace. Sporca e malandata, non offre motivi per intrattenersi più a lungo. Soggiorno per una notte all’hotel Barguzin.

 

Il giorno 5 di agosto, alle 13,43 riparto per Irkutsk ove arrivo alle 5,08 del giorno successivo. La stazione è grande, la città anche, ma ormai la meta da raggiungere è il Bajkal e decido di puntare subito verso il lago.
Dopo animate consultazioni con tassisti che offrono i loro servizi, mi faccio accompagnare alla stazione degli autobus, un posto che mi sembra squallido e fuori mano in quelle ore notturne. Già, perché non bisogna confondere l’ora del treno con quella locale!
Su un gradino all’esterno attendo il trascorrere delle ore, sino all’apertura di un bar ove mi riscaldo con una specie di cappuccino. Sul far dell’alba apre la stazione, un misto tra emporio e baracche. Prendo subito posto dinanzi allo sportello, all’inizio di una lunga fila che si forma  dietro di me, conversando con chi mi è vicino per chiedere conferma sulle mie scelte. La gente mi rassicura, mi consiglia, mi chiede….

 

 

Verso le otto si parte per l’isola di Olkhlon. Il viaggio dura oltre sette ore e dà modo di osservare questo immenso serbatoio d’acqua dolce, con tanta vegetazione sulle sponde e spettacoli bellissimi della natura. Dopo oltre sette ore, l’autobus si ferma: bisogna traghettare per l’isola. C’è  un’aria umida e goccioline d’acqua che si formano dappertutto. Al porticciolo ci son varie tende ove vendono l’omul, il gustosissimo pesce affumicato. Scambio chiacchiere con vari turisti russi, diversissimi  tra di loro, dai biondi ed alti pietroburghesi ad altri, dai tratti decisamente mongoli.
Il traghetto approda e, sempre in autobus, si va all’interno dell’isola, nella capitale Kuzhir, 16.000 abitanti. E’ una vasta pianura con strade sterrate di terra rossa, attraversate da animali e persone diverse.
In questi giorni qui sono morte due turiste italiane, catapultate fuori da un marsciutku capovoltosi in una curva a causa dell’eccessiva velocità.
Alloggio al campeggio di Nikita, un ex campione russo di ping pong: non tanto ex, visto che mi batte facilmente nella partita che mi concede di giocare sotto gli occhi ammirati di vari turisti.
Il posto è bello, ma i servizi igienici in comune lasciano davvero…imbarazzati, tanto sono sporchi e trascurati. Si dorme in casette di legno indipendenti, ci si lava all’aperto, secondo  l’arte di arrangiarsi di ciascuno.
L’isola è collinosa e la discesa al lago molto bella, attraverso verdi prati. Giù ci sono le spiagge con i bagnanti, ma non tanti da togliere quel senso di natura pulita che si respira  e rinfranca il corpo e lo spirito.
Si fa facilmente amicizia: incontro statunitensi, tedeschi e un gruppo di giovani italiani. Sono l’unico che affronti questo viaggio da solo, senza l’assistenza di un’agenzia turistica e senza aver tutto prenotato in partenza. Il fatto mi inorgoglisce, ad onta del mio vivere in uno sperduto villaggio dell’Adriatico.

 

 

 

 

 

Dall’isola di Olklon si torna sulla terraferma e sosto ancora a Listvianka, una perla sul lago: piccolissimo villaggio, animato solo in estate. Prendo alloggio in una  pensioncina, a cinquanta metri dall’acqua.. La temperatura è ben calda, anche se in serata scende notevolmente, tanto da costringermi a rientrare presto, intirizzito da un vento gelido.
Ma di giorno la spiaggia è un incanto, con colori tenui e delicati; l’acqua è fredda, ma faccio ugualmente il bagno ricevendone una gran carica di vitalità.
Al di là della spiaggia c’è la strada, da cui la gente guarda i bagnanti, e sul bordo vari tavolini per pranzare. Si ode un uomo cantare con la chitarra. Lo accompagno sulle note di Ocj ciornie e lui si meraviglia, riconoscendomi per straniero. Gli chiedo di cantare qualcosa di Okudjava.
Cinquanta rubli a canzone - mi dice.
         Non importa -  rispondo. Non sapevo che cantasse per lavoro.
Il giorno dopo, sono ancora in spiaggia, allo stesso posto, e lui mi riconosce, si avvicina e mi chiede se posso insegnargli la canzone “O sole mio!”
Cinquanta rubli – gli rispondo sornione. Ma poi scoppio a ridere e prendiamo a conversare come vecchi amici, cantando canzoni che conosciamo in comune, mentre la gente ci fa cerchio d’intorno e ci accompagna battendo il tempo secondo ritmi….sovietici!
Risalgo nel primo pomeriggio e mi aggiro per il mercatino, con tanti oggetti di artigianato locale. Ma è tutto per turisti. Mi rifornisco di frutta ed omul, anche per il viaggio: è tempo di andare
.

 

Cerco di tornare ad Irkutsk in autobus e faccio varie ore di attesa all’agenzia viaggi di Listvianka per acquistare il biglietto dai giovani addetti, particolarmente disinformati e scansafatiche, al limite della  maleducazione. Alla fine, risolvo tutto con un marshutku, ad un prezzo inferiore e più comodamente.
Il viaggio è piacevole, con il giovane autista che chiacchiera e mi spiega varie cose dei luoghi che attraversiamo.
Scendo poco distante dalla stazione di Irkutsk, nelle prime ore del pomeriggio. Purtroppo, dovrò aspettare la notte per prendere il treno che mi porterà a Krasnojarsk.
Trascorro le ore nei pressi della stazione, anche per la difficoltà di sistemare i bagagli. La città è molto caotica, con un gran puzzo di carburanti. Non mi va di andare in giro,.
Le ore trascorrono e il piazzale antistante la stazione ferroviaria cambia aspetto: gente di passaggio, che attraversa spedita la piazza di giorno per proprie faccende, commercianti di piccoli chioschi che vendono di tutto, estraendo la merce non so da dove, viaggiatori in attesa di treni. Siedono a gruppi, anche per terra; incrociano le gambe ed aprono fazzolettoni e borsoni, anticipando riti agapici che troveranno poi la massima espressione sul treno. Ma imbrunisce e la gente dirada; compare qualcuno in cerca di residui dalla spazzatura, qualcun altro senza fissa dimora adocchia qualche sedile, agognando di trascorrervi qualche ora, se non proprio la notte, altre figure equivoche. E’ bene andare all’interno, nelle sale d’aspetto, ove c’è più sicurezza: tanta che, nelle fredde ore notturne, due rudi poliziotti si portano via un ubriaco che vanamente urla per il dolore alle braccia, per il modo in cui viene trascinato via.

 


Si parte alle 21,04 del 9 agosto per giungere a Krasnojarsk  alle 15,13 del giorno successivo.
Alla stazione, trovo ad aspettarmi Fernando Bustelli, un napoletano che vive in questa città da circa dieci anni, felicemente sposato con una russa del posto, con due figli. Fa l’intermediario tra ditte italiane di pavimenti e ceramica e alcune imprese russe. Ma poi fa anche la guida turistica ed ha messo su un’associazione culturale italiana chiamata Sibita, con un bel sito internet: www.siberia-italia.narod.ru  che ho individuato nelle mie ricerche in internet per l’organizzazione del viaggio. Sta anche lavorando alla scrittura di un libro sulla Siberia; me ne ha fatto leggere alcune pagine. Non male, ma occorre che sia dia da fare per terminarlo!....
Ad onta della sua ormai decennale vita in Russia, Fernando conserva i tratti caratteristici del napoletano verace: bruno e riccioluto, sorriso solare e comunicativo, carattere tranquillo. Ci siamo già scritti  alcune e.mail prima che iniziassi il mio viaggio ed ora lo contatto telefonicamente.
Lui si fa trovare in stazione con Vadim: finalmente qualcuno che mi può aiutare e con cui potermi rilassare!
Gli spiego la mia difficoltà ad acquistare i biglietti in stazione a causa dei modi bruschi delle addette, delle mille regole che non capisco, dell’esiguità dei biglietti a disposizione, della lingua…Fernando mi dice che non c’è nulla di particolare: è tutto “normalno” e si risolverà. Si rivolge ad una cassiera e, con avvolgente manovra di frasi e sorrisi, pur nel breve spazio di una domanda, chiede all’addetta di acquistare un biglietto per Tomsk. La tipa gli lancia un’occhiata e implacabile risponde che non ce n’è disponibili.
Ma Fernando non è tipo da perdersi d’animo e, dopo aver parlottato con Vadim, torna all’attacco e richiede il biglietto per Tomsk, questa volta però non da Krasnojarsk, ma da Acinsk, una piccola città a quattro ore di autobus.
Seguo il tutto smarrito, non comprendendo il senso della variazione.
Questa volta la cassiera diventa inaspettatamente disponibile. Fornisce il biglietto. Mi sembra un sogno.
A tal punto cerco di sfruttare a fondo la presenza di Fernando e la bontà della babuska e acquisto tutti gli altri biglietti  necessari per arrivare sino a Mosca. L’operazione riesce magicamente, senza alcun intoppo ed io mi sento alleggerito davvero di un grande problema.
Vadim scatta delle foto mentre noi siamo impegnati nell’acquisto. Poi, sollevati, si inizia a chiacchierare, si va alla macchina, mi accompagnano al Krasnojarsk, un lussuoso hotel a tre stelle, a 2.000 rubli per notte..
Krasnojarsk, con quasi  un milione di abitanti, è una grande città siberiana, sulle rive del fiume Enisej. È centro industriale ed importante stazione della ferrovia Transiberiana, dotata anche di una eroporto internazionale.
Inizio a girarla, percorrendo le lunghe vie Lenina, Marksa, Mira…
La città è davvero elegante, con tante piazze, fontane, viali, un bellissimo lungofiume, animato da chioschi ove vendono spiedini di carne, pesce affumicato, birra. Vi è una spiccata presenza giovanile, di giovani che in nulla riconosceresti diversi da quelli di Roma o Berlino.
Con Fernando e Vadim si va in macchina a visitare la diga della stazione idroelettrica , a 35 km. dal centro che produce molta energia elettrica a basso prezzo. A fronte della ciclopica opera e della pioggerella che minuta ma insistente ci penetra nelle ossa, ci sentiamo piccoli e infreddoliti. Ci rimettiamo in macchina e sulla via del ritorno sostiamo in un bel ristorante tra gli alberi, ove gustiamo un’abbondantissima cena a base di carne, degna anche di foto!
Ma a Krasnojarsk c’è ancora la grande riserva naturale nazionale Stolby(in russo "pali"), un'area di 470 km² con rocce granitiche alte fino a 100 metri, molte delle quali presentano forme straordinarie. Stolby è un sito importante per le scalate e molti scalatori locali volutamente non usano le corde.
Salgo sino alla collina Karaulnaja, ove a mezzogiorno in punto sobbalzo per lo sparo di un gran colpo di cannone, mentre intorno c’è tanta gente, invitati di matrimoni, con gli sposi che si esibiscono per le foto più strane, con tante bottiglie di champagne  e di birra!
Krasnojarsk, fredda e piovosa, dà un saggio delle sue temperature invernali che toccano i cinquanta gradi sotto zero!

 

Nel primo pomeriggio, con Vadim, ci dirigiamo alla stazione degli autobus, da cui parto diretto ad Acinsk, ove arrivo che è ancora giorno.
La città è piccolina. Lascio la valigia al deposito bagagli e faccio un giro, tra strade sterrate e anonimi casermoni. Ma appena più in là c’è la campagna, con il suo verde, prati, mirtilli. Mi fermo a comprare un gelato ad un chiosco e chiacchiero con l’esercente, una donna di mezza età incuriosita dal mio aspetto straniero. Io racconto di me e lei di sé, di come c’è poco smercio e lei dopo un’intera giornata chiusa nel chiosco prende appena il 16% del ricavato e, tornata a casa, trova uno squallore profondo: il marito beve, il figlio è sbandato…

A mezzanotte del 13 agosto prendo il treno per Tomsk, ove arriverò alle 11,35, dopo l’episodio, già narrato, dello scambio del treno.
 Tomsk è città di mezzo milione di abitanti, sede di università. Il suo aspetto è ridente, pulito, con bei negozi e viali per passeggiare. Per una sosta sulla Transiberiana, è senza alcun dubbio da preferire alla vicina Novosibirsk, più grande ma più caotica, con i tipici palazzi in stile sovietico.
Qui invece si sono conservati molti monumenti dell'architettura in legno strutturale, un tipo di legno usato alla fine del XIX secolo per la costruzione di edifici, tanto che nel 1970 alla città è stato attribuito lo status di città storica. Oggi il loro numero si riduce sempre più, ma sono in atto  programmi di recupero di queste costruzioni molto belle da vedere.
La ulitsa Lenina offre la possibilità di una passeggiata in spazi vasti, con tante vetrine. Un vento freddo siberiano, pur con il cielo a tratti sereno, mi obbliga all’acquisto di un maglione.

 

E proseguo per Ekaterinburg, la sovietica Sverdlovsk, come viene ancora chiamata negli orari ferroviari. Partenza alle 7,49 del 15 agosto ed arrivo alle 12,27 del giorno successivo.
Ekaterinburg, con 1.300.000 abitanti, è il principale centro industriale e culturale della regione degli Urali. Tra il 1924 e il 1991, la città veniva chiamata Sverdlovsk  in onore del leader bolscevico Jakov Michailovic Sverdlov.
Ha importanti industrie meccaniche e chimiche e produce la maggior parte degli armamenti dell'esercito russo. Tra le industrie leggere, è ben sviluppata quella del taglio delle gemme.
Nulla in particolare da raccontare, al di là della piacevole sosta, della visita della città, degli incontri e conversazioni con persone del posto, sempre disponibili nel privato ad offrire ogni aiuto e assistenza.

La prossima tappa sarà Niznj Novgorod, che dal 1932 al 1991 ha avuto il nome di Gor'ki.
Posta alla confluenza del fiume Oka nel Volga, con 1.400.000 abitanti, la città è sede di una delle più antiche università della Russia. Ha un aeroporto e molti monumenti civili e religiosi che, insieme all'antica fortezza del Cremlino, la rendono importante meta turistica.
Un bacino artificiale, ottenuto dallo sbarramento del medio corso del Volga e dell’Oka con una diga lunga quasi 13 km., favorisce l'agricoltura e l'allevamento. La provincia è comunque ricca di industrie che la rendono una delle aree maggiormente svilup5pate della Russia dal punto di vista industriale.
Notevoli sono le chiese della Trasfigurazione e degli Arcangeli, risalenti al XIII secolo, mentre quelle dell'Annunciazione e della Natività sono di epoca barocca.
Nella visita di una di queste ho occasione di assistere al battesimo con rito ortodosso di cinque persone, due neonati e tre adulti. La cerimonia è lunga e piena di enfasi, secondo il rituale della chiesa russa, in cui i sacerdoti, dalle lunghe barbe, hanno un aspetto ieratico  che infonde rispetto e timore.
L’hotel Niznij Novgorod è al culmine di una lunga scala che si inerpica su uno scosceso colle. Fatico ad arrivare su a piedi, ma la vista che si gode dall’alto ripaga dell’affanno: è bellissimo osservare la città, divisa in due parti dal fiume, con le cupole dorate delle chiese, le ampie strade, un brulichio di vita.
A Niznij Novgorod incontro una coppia di torinesi con cui mi intrattengo piacevolmente. Meno piacevole è la vista di un uomo investito da un’auto, disteso su una strada senza che nessuno presti soccorso. E’ davvero pericoloso il modo di guidare dei russi. C’è da prestare grande attenzione ad ogni attraversamento di strada, visto anche che sono così larghe che c’è appena il tempo di attraversare in fretta da un marciapiede all’altro prima che scatti il semaforo rosso.

 

 

 

 

 

 

 

Siamo all’ultima tappa, al rientro a  Mosca, al termine di oltre 10.000 chilometri!
Prendo il treno alle 23,55 del 19 agosto per arrivare nella capitale alle 8,05 del giorno successivo. Finalmente orario del treno ed ora locale coincidono!
Scendo in perfetto orario alla stazione Yaroslavskij voksal: il lungo viaggio è compiuto.
Trascorro un’altra settimana, sino al 27, visitando altre città intorno a Mosca, sino a Novgorod, dall’indefinibile fascino di antica città di provincia.
Ma è altra storia rispetto al viaggio in Transiberiana.

 

Ruggiero Mascolo
Margherita di Savoia, 14 ottobre 2007

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