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I treni della Transiberiana hanno molti vagoni e attraversarli tutti è un’impresa. A volte si deve farlo per raggiungere, ad esempio, il vagone ristorante. Ma ne vale la pena per avere un’idea più completa del modo di viaggiare dei russi.

Il viaggio dura tanto cosicché è bene prenderlo come uno stacco dalle faccende quotidiane.
Una volta saliti, ci si prepara il letto a cuccetta: in basso, oppure in alto, facendo i primi cenni di saluto e cortesia ai compagni di viaggio lì intorno. Chi ha la cuccetta in basso rende comunque disponibile il posto per sedersi durante il giorno a chi è sopra. Ci si tolgono le scarpe e si infilano più comode ciabatte. E iniziano presentazioni e conversazioni punteggiate da lunghi sorsi di the da bicchieri in contenitori decorati, riempiti dal samovar all’inizio del vagone per pochi centesimi di rublo.

Ma il viaggio è lungo, vien fame e presto si passa ai piatti forti. Si aprono grandi fazzoletti e borsoni che contengono di tutto: dal pane ai formaggi, ai salami; cetriolini, pomodori, smetana, frutta, bevande…. Non mancano pranzi più impegnativi, specialmente intorno al Bajkal, a base di pesce affumicato e birra fresca. L’odore è forte e pervade la carrozza: non ci si può sottrarre. L’unico espediente è partecipare al rito accettando l’offerta o acquistandone alla prima fermata dalle babuske che offrono un omul garjacij per cinquanta centesimi di rublo. Il tutto si fa con  le mani, che rimangono impregnate a lungo di un odore forte, indimenticabile per sapore ed esperienza!
Ci si sdraia, si ascolta la radio, si risolvono cruciverba, si fa spazio alla provodniza che lava il pavimento, ci si raggruppa per ascoltare qualcuno, particolarmente se straniero. Guardato a lungo con rispetto, oggetto di cortesie e attenzioni formali, alla fine gli si rivolge direttamente la parola e inizia una conversazione che diventa via via più fitta e in breve, da dialogo a due, si fa generale, con tutti  che chiedono notizie sull’Italia, sul tempo, i raccolti, la moda, la gente…

Il treno va. Ne  osservi la lunghezza in quelle lunghe curve in cui dal finestrino  non arrivi a scorgerne la fine. Le betulle ti trascorrono accanto, con le verdi chiome sul tronco alto e bianco, come fanciulle slanciate. Non di rado si attraversa un fiume, tanti fiumi, con tanta acqua, a dire con gli alberi la ricchezza di questo paese. E qualche casetta immersa nel verde a rendere più poetica la scena, o far meditare sugli stenti di chi ci vive…

Il sole filtra attraverso i ricami forati delle tendine del finestrino: A volte scotta. Ma tal’altra non fai a tempo a proteggerti che è già andato via, coperto da un sopraggiunto nuvolone che lo oscura e scarica d’improvviso tanta acqua a rinnovare i colori, a dare frescura alle piante, a suonare una musica allegra di gocce che rimbalzano sui vetri, sulle foglie, sulle pietre, mentre già il sole rispunta , in un’alternanza veloce, in un rincorrersi giocoso e variabile.
Sto leggendo “La steppa” di Cechov, la lettura che forse più si confà a questo lungo trascorrere in un paesaggio che non varia molto, ma non stanca, nel quale puoi scorgere tanti segni di vita che ti suggeriscono la bellezza e la forza della natura, i suoi multiformi aspetti attraverso l’acqua ed i fiori, gli animali e le opere dell’uomo. Alterno la lettura a momenti in cui guardo fuori dal finestrino e perdo la lucidità dell’osservare,  immerso in questo mondo di favola.
Alla fine dimenticherò questo libro sul treno: sarà dono a chi lo ritroverà senza averlo cercato.

 

Ruggiero Mascolo
Margherita di Savoia, 14 ottobre 2007

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