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L’episodio mi fa ricredere della cattiva reputazione che avevo circa i poliziotti russi, a seguito di una tentata estorsione subita da uno di loro a Mosca in un precedente viaggio. E mi conferma anche un altro aspetto del carattere dei russi: gelidi e rigidi nei ruoli pubblici, estroversi e chiacchieroni nel privato.
Come Roman, un giovane ingegnere, compagno di viaggio per un altro lungo tratto. Dal saluto iniziale, alle prime battute, ad un più fitto discorrere, sempre a farmi domande su tutto. Ricordo come un incubo quando, esausto dopo tanto conversare, sdraiato sulla cuccetta, di basso, lui di sopra, di notte a chiedermi: “Rudgero! come fa a reggersi la torre di Pisa?”


Ugualmente Vadim Grivach, amico di Fernando Bustelli, l’italiano di Krasnojarsk. Di professione ingegnere, ha trovato difficoltà ad inserirsi nel nuovo mercato del lavoro, dopo la liberalizzazione. Ora fa il fotografo. E’ venuto a prendermi alla stazione con Fernando, con una vecchia macchina, e scatta continuamente fotografie che poi mi manderà via internet. Vorrebbe organizzare in Italia una mostra fotografica sulla Siberia. E ci accompagna sullo Jenissej, a vedere la grande diga di Krasnojarsk, vanto dell’ingegneria sovietica. E poi a cena in un bel ristorante fuori città, ove fotografa all’inizio un gran piatto comune di carne con tanti contorni, ridotto alla fine a pochi avanzi lasciati lì…. per educazione!
E poi tanti volti, che si affacciano e svaniscono nel gran mare dell’oblio: un ex detenuto pieno di tatuaggi, che scherzava sui suoi misfatti; un ghirghiso espertissimo di internet; una ragazza russa  che studiava il francese, che l’amico volle mettere alla prova facendola colloquiare con me e chiedendomi se fosse sufficientemente brava; un armeno che andava al lavoro per costruire strade a 2.000 chilometri da casa e vi avrebbe fatto ritorno dopo un anno per soli 15 giorni; una giovane madre, con un figlio piagnucolone, che aveva tanto interesse a conoscere l’Italia.
In un posto sperduto, attendevo l’autobus su una strada di campagna, quando si fermò una ragazza sotto la pensilina. Cominciò a parlare, in maniera vagamente esaltata, svagata e un po’ vanesia. Parlava in fretta e non capivo tutto quello che diceva: pare andasse a trovare il suo compagno, ricoverato in ospedale. Ma anche lei pareva avesse tanto bisogno di aiuto. Mi mostrò un quaderno ove scriveva le sue cose e decise che dovesse diventar mio, me lo regalava. Non ci fu verso di declinare l’offerta. Ma mi tolsi un anello che avevo al dito, un misero ma colorato anello messicano e glielo donai. Il viso le si illuminò tutto e prese a ringraziarmi, parlava tra sé e si mostrava eccitata per lo scambio, era visibilmente emozionata. Ed io conservo il quaderno.
I volti, le storie, si susseguono in questo viaggio senza fine. Ne prendi nota, ti appunti i nomi, gli indirizzi, ma poi a casa  la vita riprende ineluttabilmente il corso di sempre e il resto perde i contorni, svanisce…e forse è bene così…
Di  italiani ne ho incontrati pochissimi, anche perché avevo organizzato il viaggio in maniera da evitarli, andando da Vladivostok a Mosca e non viceversa, come fa la maggior parte dei turisti indirizzati dalle agenzie.
Ho ascoltato qualche parola di italiano su una spiaggia a Listvianka, sul Bajkal: giusto il tempo di allontanarmi, infastidito da voci sboccate che guastavano la magia del lago. O a Nizny Novgorod, ove invece ho chiacchierato a lungo con una coppia di anziani torinesi, molto esperti di viaggi, che facevano anch’essi il percorso di ritorno verso Mosca, dopo essere stati a Pechino.
Ma gli incontri si fanno anche in stazione, nelle lunghe ore in attesa dei treni, anche di notte.
Come dappertutto, di notte queste sono punto di riferimento di tanta gente, sia in attesa del treno, sia senza fissa dimora, sbandati, che cercano sui sedili delle sale d’attesa un po’ di riposo, il trascorrere delle buie ore notturne, quando la città dorme e nessuno si aggira per le strade.
A volte sono veri reietti, sbandati, che miserevolmente cercano di darsi un tono per sfuggire ai controlli della polizia che implacabile gira dappertutto e controlla i documenti. Non fa complimenti e al minimo sospetto scaccia via o porta in commissariato.
Fu straziante la scena nella stazione di Irkutsk, in piena notte, quando trascinarono via, storcendogli letteralmente le braccia, un povero diavolo ubriaco che con voce rauca urlava la sua protesta. Un poliziotto rilevò i documenti, alcune inservienti spazzarono via le sue misere cose, mentre la gente d’intorno non aveva il coraggio neppure di guardare.
Alcune teste ciondolavano, altri sgranocchiavano semi, silenziosamente immersi nelle misere occupazioni che punteggiano la vita di notte, in stazione, a sette-otto gradi in agosto.

Ruggiero Mascolo
Margherita di Savoia, 14 ottobre 2007

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