Semen Jakovlevic Nadson (1862-1887)

Caro amico, io lo so

 

Caro amico, io lo so, ne sono profondamente convinto,

che il mio verso è senza forza, pallido e malato;

per la sua fiacchezza io spesso soffro,

spesso segretamente piango nel silenzio della notte…

Non ci sono al mondo sofferenze più forti che i tormenti delle parole:

invano sfugge talvolta dalla bocca un folle grido,

invano l’amore è talvolta pronto a bruciare l’anima:

fredda e meschina è la mia misera lingua!…

 

L’arcobaleno dei colori diffuso nella natura,

i suoni di armonioso canto spentosi sulle corde,

la sofferenza per l’ideale e le lacrime per la libertà,

come renderli con le usuali parole?

Come delineare in modo vivo, con timide pennellate,

l’immenso mondo che si distende dinanzi a noi

e il mondo spirituale, pieno di inquietudine,

e inserirli nelle misure di queste strette righe?…

 

Ma tacere, quando all’interno risuonano i singhiozzi

e con tanto ardore brami di placarli,

dinanzi alla minaccia della lotta e dinanzi al volto della sofferenza,

o fratello, io non voglio, io non posso tacere!

Sia che, come combattente, io non spezzi le catene,

sia che, come profeta, nelle tenebre io non getti luce:

io sono andato nella folla e insieme ad essa soffro,

io dò ciò che posso dare: un’eco e un saluto.

 

( trad. di W. Giusti)


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