Majkov Apollon Nikolaevic |
Ruggiero Mascolo, 5 /2005 |
Il pranzo a
Roma
A Roma c'e' l'uso di finire a mezzogiorno tutti gli affari, di qualsiasi genere siano, per andare a pranzare. Si puo' dire con certezza che alle dodici sono interrotte tutte le occupazioni e tutta la popolazione di Roma si nutre, dando erroneamente al processo del suo nutrimento il solenne nome di pranzo, perche' con la parola pranzo e' collegato il concetto di eleganza e di una certa varieta' di pietanze, di una certa consolante solennita' nell'adempimento di questo processo, il che, come dono insieme della fortuna e della natura, cioe' come dono di mezzi e come dono di saper pranzare, non e' accessibile a tutti!... A mezzogiorno gli uffici sono chiusi: la distribuzione della posta e' sospesa; i monaci scalzi scompaiono dalle piazze della citta' universale e cantano il canto che precede il pranzo, gettando di tanto in tanto teneri sguardi alle lunghe tavole allineate nel refettorio. I brillanti bellimbusti, che le signore nordiche prendono per conti e duchi, per i discendenti dei guelfi e ghibellini, si affrettano ai sotterranei dell'oste Tabbioni e soddisfano il bisogno di nutrimento con qualche baiocco. Le belle, che lavorano nei negozi delle francesi, escono di corsa da vari angoli, si affrettano sul liscio selciato del Corso, scambiando rapidi sguardi fiammeggianti e balenanti sorrisi con i paini, i dandy romani che incontrano, in azzurri mantelli alla Almaviva, e coi pittori in giacchette quattrocentesche di velluto nero e cappelli bianchi a falde larghe, e poi scompaiono in qualche vicolo buio e stretto, dove debbono mettersi da parte, per cedere il passo a uno scarno somarello dalle orecchie lunghe, che porta sulla schiena due enormi ceste di aranci e limoni, saltano leggere sopra vari rifiuti o utensili buttati li spensieratamente dagli artigiani che lavorano all'aria aperta, e sui trucioli e mucchi di legna e i cumuli di spazzatura, di foglie di cavolo, di lattuga e ritagli di broccoli aghiformi e di carote di un forte color minio e dall'anima gialla, che sporge da un mucchietto di paglia umida o calpestata dall'asino. Perfino l'essere che, a quanto pare, e' il piu' libero al mondo - il pittore - anche se nato sotto un altro cielo e educato in altre usanze e anche per indole propria non incline alla regolarita' del modo di vivere, perche' in lui un felice movimento significa tutto - e quando questo movimento capiti, prima o dopo il pranzo, non si sa, anche il pittore, vivendo a Roma, deve sottomettersi all'uso onnipossente. L'ignoto suo ideale e scopo, a cui tende la sua arte, la natura, personificata per lui nella figura del modello o della modella, verso mezzogiorno comincia a soffrire dell'appello al nutrimento. Le parole persuasive e l'aumento di paga non hanno nessuna efficacia: Giove che per due ore ha tenuto col braccio alzato il fulmine osservando con disprezzo l'artista che lo copiava (domandando di continuo: "Va bene cosi', sono abbastanza solenne?" e raccontando di quando in quando aneddoti e pettegolezzi raccolti a volo), verso le dodici dimentica il fulmine e scende dal tavolo che rappresenta l'Olimpo. Il corpo di Ettore appena ucciso, che giace nella piu' scomposta posa, per un morto pero assai naturale, verso le dodici si anima e apre le braccia con le parole: "Signore, e ora di mangiare". Il ragazzino mendicante, un modello raccolto sulla piazza, bruciato dal sole, nero, selvaggio, spettinato, con gli occhi scintillanti, verso le dodici abbandona la sua posa in ginocchio davanti a Lauretta dalle sopracciglia nere e vi dice:"dammi due paoli, ho fame". L'asceta del deserto arabico, verso le dodici sente fame, e i demoni che gli si presentano sotto forma di lunghi, lunghi maccheroni, trionfano decisamente su di lui. E diventano irrequiete le magnifiche membra di qualche Venere o Galatea fino ad ora immobili come di pietra, e che l'artista dipingeva o modellava, trattenendo a stento il respiro nel petto allargato, col cuore che batteva forte e la vista tesa con sforzo, pronta ad offuscarsi ad ogni istante, secondo me piu in se stesso che nella propria opera, rappresenta il trionfo dell'arte sulla natura Ma, ecco la fine dell'ispirazione! La fine della fatica! Galatea va a pranzare, Giove va a pranzare, l'asceta va a pranzare, il corpo di Ettore va a pranzare e dietro ad essi anche l'artista copre con uno straccio bagnato la figura modellata e da' i pennelli al garzone, che compare chissa' da dove, avendo gia' fatto il giro di una diecina di studi per raccogliere dappertutto i pennelli, e va anche lui a pranzare Maikov Apollon Nikolaevic, Schizzi di Roma. In: Polnoe sobranie socinenij, Quattro volumi, a cura di P.V.Bykov. Pietroburgo, Marks, 1914.. Traduzione in italiano di Nicola Festa. Lanciano, Carabba, 1919. |
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