Aleksandr Ivanovic Herzen |
Ruggiero Mascolo, 5/2005 |
Genova
L'entrata in Italia e', per l'uomo, come un avvenimento felice, un
tratto luminoso nel ricordo
Herzen Aleksandr Ivanovic: Byloe i dumi (Il passato e i pensieri), in Opere, in otto volumi. Mosca 1975. In : Ettore Lo Gatto: Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 188. |
Roma
A Firenze non ci eravamo fermati, l'abbiamo lasciata per il ritorno. Il 30 novembre siamo arrivati a Roma Genova, Livorno, Pisa sono rimasti nella mia memoria come punti luminosi il cui ricordo ogni volta mi fa un gran bene. Un simile sentimento gioioso, come in queste citta, io non l'ho provato spesso Non posso pero' dire che Roma, fin dalla prima volta, mi abbia fatto un'impressione particolarmente piacevole. A Roma bisogna vivere, bisogna studiarla per scoprire i lati buoni. Nel suo aspetto esteriore c'e' qualcosa di senile, di sopravvissuto, di deserto e caduco; le sue vie cupe, i suoi palazzi enormi e le sue case non belle sono tristi, in essa tutto e' annerito, tutto e' come dopo che c'e' stato un morto, tutto odora di chiuso, cosi' come a Berlino e Pietroburgo tutto e' luccicante, tutto e' nuovo, tutto odora di calce, di umido, di non ancora abitato. Ma piu' di tutto sorprende, nella vecchiaia di Roma, la mancanza di solennita', di ampiezza, concetti che siamo abituati ad unire alla parola "Roma" e che effettivamente sono rimasti in alcuni monumenti e si sono conservati nel carattere popolare. La nuova Roma e' meschina e sporca, priva di commercio e di ogni comodita'. In Italia non c'e' confort in nessun posto, ma non c'e' volgarita', le citta' italiane sono sporche, ma mirabilmente belle nella loro trascuratezza; sono scomode, ma solenni, non ci si sente stretti, nulla vi e' di vulgar; gli stracci italiani sono drappeggi: Roma fa eccezione. Vi prego, non accusatemi di mancanza di rispetto, e lasciatemi spiegare di quale Roma io parlo. Io parlo della Roma attuale. E non delle due Rome del passato, e ancor meno di quella che nasce; io parlo della Roma presente, come e' uscita dalle mani dell'ultimo rappresentante della morte e del torpore, in un anno e mezzo e' impossibile rinascere. La citta' eterna ha cambiato alcune volte la sua corazza - le tracce delle diverse vesti sono rimaste e in base ad esse si puo' giudicare quale fu la sua vita. Roma e' il piu' solenne cimitero del mondo; qui, come in un teatro anatomico, si puo' studiare la morte in tutte le sue fasi; qui si puo' imparare a capire la vita che fu, in base alle ossa, alla colonna vertebrale. E la prima cosa che colpisce chi non s'e' lasciato sviare da una teoria preconcetta, sono le tracce della vita limitata, selvaggia, repellente, esclusiva, arruffata, che hanno preso il posto della larga, elegante vita dell'antica Roma; in essa non c'e' la piu' piccola comprensione dell'arte, il piu' piccolo sentimento del bello - le colonne e i portici che si trovano murati nei nuovi muri sono eterni testimoni della mancanza di gusto del triste mondo che ha preso il posto del Passato e del Colosseo. L'antica Roma e' caduta come un possente gladiatore, la sua colossale carcassa incute rispetto e timore, essa, anche adesso, superbamente e solennemente lotta contro la distruzione, il tempo non ha potuto spezzare le sue ossa; i suoi avanzi, sprofondati nella terra, rovinati e coperti di muschio e d'erbe sono piu' solenni e nobili di tutti i templi del Bramante e di Bernini. Come dovette essere grande quello spirito che si impresse su quelle colonne di pietra! - uno spirito a tal punto capace di correggere la morte che la sua impronta semicancellata basta a schiacciare due, tre Rome costruite li accanto e i secoli che le hanno costruite. Quando per la prima volta uscii dietro il Campidoglio, e non conoscendo Roma, ad un tratto inaspettatamente mi trovai davanti il Foro, mi si fermo' il respiro e mi arrestai turbato e commosso - eccola la carcassa del grande attore, io riconobbi i suoi tratti che nel gigantesco scheletro conservavano l'espressione regale. Il Forum Romanum e' la grande reliquia laica di un mondo puramente laico.
Aleksandr Ivanovic Herzen, Lettere dal Corso. Passato e pensieri. In Opere in otto volumi. Mosca, 1975 In: Ettore Lo Gatto: Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 190. |
Differenza
tra Roma e Napoli
Io credo che, se dappertutto ci fosse una tale aria, un tale clima e una tale natura, sarebbero assai meno i santi e assai piu' numerosi i peccatori felici e spensierati. Dal punto di vista religioso, non si puo' ammettere che gli uomini vivano su questa terra lussuriosa, e chi ci dice che le tenaci preghiere dei primi cristiani non abbiano contribuito all'eruzione del Vesuvio per cui andarono in rovina Pompei ed Ercolano? In realta' qui, nella tiepida molle aria vulcanica, il respiro, la vita sono volutta', godimento, qualcosa che indebolisce, qualcosa di passionale. Il piu' forte degli uomini diventa qui un Sansone a cui siano stati tagliati i capelli, pronto a qualsiasi allettamento e incapace di qualsiasi azione. Guai se per di piu' qualcuno dimostri che appunto l'allettamento e' la vita, e le azioni sono sciocchezze e che non occorre agire Il passaggio dalla natura di Roma a quella napoletana e' cosi' sorprendente, cosi' aspro, che desidero dire qualcosa sul nostro piccolo viaggio di trasferimento. La triste campagna romana coi suoi acquedotti e le sue montagne azzurrine che si perdono all'orizzonte, cede il posto alle ancor piu' tristi paludi pontine: tutti si sforzano di evitarle per paura della malaria; il terreno umido di questi campi bagnati trasuda febbri estenuanti e di difficile cura; perfino le greggi si fanno piu' rade. E nello stesso tempo, le citta' gravi e abbandonate di Velletri e Albano, nei loro pressi, sorprendono con la loro popolazione: e' il fiore della stirpe romana, ogni donna e' il tipo della bellezza regolare, classica, ogni uomo puo' servire da modello per un artista, e quale grazia nei movimenti, nelle pose, quali proporzioni armoniche!...lasciata Roma, la contrada selvatica continua sino a Terracina. La piccola citta' e' cupa, il Mediterraneo inquietamente batte alle sue antiche porte; una roccia enorme e del tutto solitaria sta al suo ingresso. Su questa roccia visse una volta un valoroso condottiero, intorno al quale il popolo racconta oggi delle leggende; intorno ad essa, ancora di recente, vivevano folle di banditi, annientate da Leone XII. La roccia magnificamente chiude i domini papali; e' il punto, messo dopo le rovine di Terracina, la Campagna e le Paludi. Oltre la roccia comincia una natura allegra, ridente, del tutto diversa; la popolazione e' assai meno bella, ma si muove di piu', e piu' chiassosa: cominciano a mostrarsi i tratti selvatici dei lazzaroni e le maniere servizievoli della plebe napoletana; l'aspetto serio e superbo del contadino, del povero, del pastore della campagna cede il posto all'espressione beffarda e ai movimenti di pulcinella; al posto della bellezza solenne, regolare, della donna romana, che incute rispetto, si incontrano sguardi sfrontati, provocanti; una graziosa mobilita', tratti irregolari che ispirano sentimenti per nulla simili al rispetto. Nella popolazione napoletana c'e' qualcosa di faunesco e di priapico; qui nessuno neppure sospetta l'invenzione tedesca dell'amore platonico. Tutta questa differenza di due paesi, di due nature, di due popolazioni, voi la vedete al loro stesso confino, andando da Terracina a Gaeta. Questa asprezza di confini, questa precisazione di carattere, questa naturale personalita' in tutto: monti, pianure, paesi, citta', vegetazione, popolazione di ogni piccola cittadina, e' uno dei tratti principali, una delle caratteristiche dell'Italia. L'indeterminatezza dei colori, dei caratteri, i sogni nebulosi che fondono i limiti, i tratti che svaniscono, i desideri oscuri - tutto cio' appartiene al nord. In Italia tutto e' determinato, chiaro, ogni zolla di terra, ogni piccola citta ha la sua fisionomia, ogni passione il suo scopo, ogni ora la sua luce, l'ombra e' come tagliata col coltello dalla luce; se c'e' una nuvola, e' buio fino all'angoscia, se brilla il sole, riversa oro su tutti gli oggetti, e l'anima si rallegra. Quale enorme differenza nel carattere del Piemonte e Genova, del Piemonte e della Lombardia; la Toscana non somiglia per nulla all'Italia settentrionale ne' alla meridionale; il passaggio da Livorno a Civitavechia non e' meno aspro del passaggio da Terracina a Fondi. Livorno ribolle di gente; citta' chiassosa, di opposizione, attiva e mercantile, esprime la fiorente e alquanto rilasciata Toscana, come una fortezza vuota, disabitata con alte antiche mura che il mare bagna malvolentieri, esprime la non mercantile, cupa, monastica Roma. Ma la piu' aspra contrapposizione, la piu' brusca antitesi e' data da Roma e Napoli; esse sono cosi diverse fra loro, come una rigida e maestosa matrona lo e' da una petulante e spensierata etera, come la Roma dei tempi delle guerre puniche dalla Roma dei tempi di Tiberio e di Nerone che cercava per simpatia il cielo napoletano. Roma ricorda l'instabilita' delle cose, il passato, la morte, l'eterno memento mori; Napoli ricorda l'inebriante fascino del presente, la vita, il carpe diem. Roma, come una vedova, e' fedele al passato, non si stacca dal cimitero, non dimentica il perduto, le sue rovine le sono piu' necessarie del Quirinale. Napoli e' fedele al godimento, al presente, e' invasa dal demonio e danza su Ercolano, cioe' su di una bara; il fumante Vesuvio le ricorda che e' necessario sfruttare la vita fino a che ci e' data.
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