Blok Aleksandr Aleksandrovic, 1880-1921

Blok Aleksandr Aleksandrovic nacque a San Pietroburgo il 16 ottobre 1880.
Ricevette una raffinata educazione letteraria e inizio' molto presto a scrivere versi.
Nel 1902 entro' in rapporto con i rappresentanti del
Simbolismo pietroburghese e subito dopo a Mosca strinse amicizia con Andrej Belyi ed entro' nel Circolo degli Argonauti.
Nella prima raccolta di versi,
Stichi o Prekrasnoj Dame (Versi sulla Bellissima Dama), sulla scia delle dottrine filosofiche di Vladimir Solovev, celebro' il culto di Sofia, simbolo dell'eterno femminino.
Successivamente, a seguito della crisi del rapporto con la moglie e del ripensamento della poesia mistica, in rottura con il Simbolismo ufficiale, Blok ebbe una radicale trasformazione.
Aderi' alla rivoluzione bolscevica che celebro' con toni apocalittici e messianici nel poema
Dvenatzat ( I Dodici) e nella lunga poesia Skify ( Gli Sciiti).
Visito' piu' volte l'Europa e l'Italia, alla quale dedico'
Versi italiani.
Ebbe anche notevoli esperienze teatrali.
Mori' a 41 anni, il 7 agosto 1921.
Blok non elaboro' originali riflessioni teoriche. Il suo tratto peculiare e' l'uso di idee altrui all'interno di un proprio sistema poetico, raffinato e complesso.
La frequentazione, sin da giovane, di quanto di piu' avanzato offriva la cultura russa, lo misero in grado di utilizzare con disinvoltura complesse teorie acquisite, esprimendo la sua originalita' in una personale e intensa qualita' lirica.

Ruggiero Mascolo, 4/2005

Siena

Arrivammo a Siena dal sud, nel crepuscolo roseo del giorno che si spegneva.

Un vecchio albergo, "La Toscana". Nella mia piccola camera, all'ultimo piano, e' aperta la finestra, io mi sporgo per respirare l'aria fresca dei monti dopo l'afoso vagone….Dio mio! Il cielo roseo si spegnera' subito completamente. Da per tutto torri aguzze, da qualsiasi parte si guardi, sottili, leggere, come tutto il gotico italiano, sottili fino all'insolenza, e tanto alte come se mirassero proprio al cuore stesso di Dio. Siena, piu' audacemente di tutti, gioca al severo gotico, vecchio bimbo! Ed anche nelle Madonne dagli occhi oblunghi c'e' una insolente malizia: sia che guardino il bambino, sia che lo allattino, o umilmente accolgano la buona novella di Gabriele, o semplicemente il loro sguardo si volga nello spazio, c'e' in esse una certa maliziosa dolcezza felina. Infuri la tempesta dietro le loro spalle, o scenda placida la sera, esse guardano con gli occhi oblunghi, non promettendo, non dissuadendo, battendo soltanto le ciglia alle fantasie guelfe degli affaccendati uomini vivi. Questi vivi, una volta, erano veramente immersi fino agli occhi nelle faccende, invidiosi sempre dei ghibellini, e guerreggiando continuamente con la vicina Firenze. Per eccitar l'invidia dei ghibellini fiorentini, i senesi eressero il loro Palazzo Pubblico, di proporzioni non minori del Palazzo Vecchio fiorentino, e molto simile ad esso. Solo che, sulla piazza, non sta il Marzocco col giglio, ma una lupa affamata con le costole sporgenti che allatta i piccoli gemelli.

Ma il Palazzo Vecchio, a Firenze, e' una tetra abitazione di pipistrelli; in qualche parte, la' molto in alto, vi si era rifugiata l'anemica e pigra Eleonora di Toledo col suo biricchino e crudele ragazzino, suo figlio, che vi fu poi strozzato in una notte di tempesta; la' pure, in una notte di tempesta piena di tetre visioni e presagi, era morto Lorenzo il Magnifico. Tutto questo lascio' la sua traccia incancellabile, avvolse per sempre nel mistero l'edificio gia' di per se' cupo, uno dei piu' tetri d'Italia. Nel Palazzo senese, invece, non c'e' nulla di tetro, ne' all'esterno ne' all'interno, sebbene la disposizione sia simile; ma le mura di Palazzo Vecchio sono vuote, nude, e quelle del Palazzo Pubblico senese sono dipinte dal Sodoma, il piu' geniale e il piu' volgare allievo di Leonardo.

Tuttavia, sullo sfondo roseo della sera, mi colpisce non soltanto la sottigliezza delle torrette senesi. Piu' sorprendente di tutto e' che la piu' imponente fra le torri e' adorna di lumini. E' una sera domenicale, e appena scendera l'oscurita', in piazza, s'intende, suonera' la banda militare.

Una fiumana di gente mi trascina dalla porta dell'albergo. Sulla via principale, quasi subito, dalla via a sinistra, scendono alcuni gradini e attraverso un passaggio coperto che a Venezia si chiamerebbe sottoportico, scende in piazza.

Davanti a me e' lo splendore del Palazzo, adorno di lumini su molte file. Sotto la lupa zufola modestamente la banda. Tutta la piazza rappresenta un semicerchio concavo nel quale, qua e la', cresce l'erba. Il Palazzo sorge al margine inferiore, la sua facciata occupa quasi tutto il diametro, ed io lo vedo tutto davanti a me dal punto piu' alto, dalla famosa fontana Gaia.

Qui, una volta, avevano luogo le assemblee del popolo. Anche adesso la piazza formicola di gente. La sera e' tiepida e le donne indossano vestiti leggeri, variopinti. La luna e' un po' opaca, i vecchi lumini lo sono ancora di piu', la banda e' nascosta dalla folla, e la musica non e' molto complicata. Se non si fa troppo attenzione ai visi e ai vestiti, ci si puo' trasportare nel medioevo e vivere ad occhi aperti una fiaba di Hoffmann. A cio' contribuisce l'estrema ingenuita' delle italiane che vengono qui con l'evidente e non celato scopo di farsi vedere, se piacciono a se stesse, o di guardare le altre, se esse stesse non sono belle. E le carine e le bruttine si divertono egualmente, e vanno egualmente avanti e indietro, povere e ricche, belle e brutte, giovani e vecchie. Straordinariamente pure e senza alcun pensiero recondito sul viso. Probabilmente, per una tanto innocente allegria bisogna nascere in Italia.

I lumini si spengono, la banda ammutolisce, le fanciulle se ne vanno a dormire. E' terribilmente triste rimanere di sera, solo con la luna cosi' di buon'ora. Giovanotti innocentemente ubriachi girano in gruppo e cantano. Balena un'ombra dietro una finestra e la luce si spegne. La piccola bettola delle "Tre fanciulle", in un ripido vicolo, ammicca con la sua unica lanterna.

Aleksandr Blok, Molnii iskusstva, in Sobranie socinenij. Mosca-Leningrado,1962. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971.

Perugia

I testimoni muti

...
Abbiamo ammirato a sazieta' Perugia, la capitale dell'Umbria, la patria di San Francesco. Essa e' anche la patria del Perugino e di Raffaello. Ecco tre luminosissimi nomi; se vi si aggiunge che l'alta collina di Perugia annega nell'aria celestina, e' dolcemente illuminata dal sole, e' bagnata da fresche piogge e dai soffi del piu' tenero vento, non rimane che meravigliarsi di cio' che si vede e di cio' che si rammenta.

Perche' sono cosi' rosse le vesti dell'angelo dalla faccia scura, che emerge dallo sfondo d'oro cupo davanti a Maria dal viso ombrato, negli affreschi di Gian Nicola Manni?...

Indubbiamente, una parte del carattere cupo delle mie impressioni, debbo attribuirle a me stesso: perche' gli incubi russi non si possono affogare sempre nel sole italiano. Ma l'altra parte, la maggiore, di questo umore tetro, si spiega col fatto che la vita di Perugia e' morta, una nuova non ci sara', e la vecchia canta come una tromba, con le voci degli animali sui portali, sulle fontane, sugli stemmi, e soprattutto con le voci dei lontani antenati, testimoni invisibili, che vivono di una propria vita, sotto terra.

Perugia e' inebriante come il vecchio vino. Dopo averla ammirata a sazieta', lasciando da parte la grande piazza profanata dal migliore albergo della citta', scendiamo la sua ripida collina per fare l'ultima visita alla famosa tomba etrusca (Sepolcro dei Volumi) che si trova alla distanza di qualche chilometro nella valle, e fu scoperta nel 1840.

Campi di grano cosparsi di vecchi olivi cavernosi, una villa tutta in fiori, un affresco quasi cancellato dal tempo sul muro di una fattoria, la tortuosa strada maestra, una fabbrica di mattoni, le contadine che danno indicazioni sulla strada.

Accanto al passaggio a livello, c'e' una piccola casetta che, in sostanza, ha la funzione soltanto di tetto della sotterranea abitazione di una famiglia etrusca. Una tradizione recente dice che un bue inciampo' in una tomba mentre il contadino arava; il contadino, scavando, raggiunse un ingresso chiuso da una pietra, cosi' fu scoperta la tomba.

Essa e' semplice. Alla profondita' di alcune decine di gradini, nella collina rocciosa, sopra il portale su cui e' cresciuta un'efflorescenza verde, non brilla il sole di pietra incisovi in mezzo a due delfini. Qui c'e' odore d'umidita' e di terra. Alla luce delle lampadine elettriche che ardono anche qui, cominciano a rivelarsi leggermente le volte grigie di una decina di camere di media grandezza e le figure degli appartenenti a una numerosa famiglia di Volumi, scolpite orizzontalmente sui coperchi dei sarcofaghi.

I "muti testimoni" di ventidue secoli giacciono qui straordinariamente tranquilli…

…Questo e' l'eterno problema, non soltanto di Perugina, ma anche dell' "Augusta Perusia", quale era al tempo di Augusto, e ancora piu' profondamente di Perugia fortezza del lucumone. Nella citta non e' rimasto quasi nessun ricordo di questa epoca, ad eccezione dei resti di un grosso muro e del piano inferiore formato da pietre rozze a mala pena tagliate, sopra le quali Augusto aveva eretto un pesante arco romano, e il Rinascimento aggiunse una leggera coroncina di pianta pensile sospesa ad un'altezza che da' il capogiro.

Nella casa dei Volumni, si ritorna alla realta' soltanto quando sopra la testa si sente il rombo del treno che passa. Si esce alla luce del giorno accecati, come dalle tenebre dell'inferno, portando con se' la conferma che anche la piu' luminosa delle citta' italiane sta sotto il segno del sanguinario grifo. Se qui si ripetesse la storia, di nuovo scorrerebbe il sangue. Ma qui non ci sara' piu niente, oltre ai nuovi alberghi, e nel migliore dei casi, ai commoventi mantelli e gesti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, che invano imitano una vita che ha ormai fatto il suo tempo e tace.

Qui la vita non tornera'. La piazza ghiaiosa con la veduta sull'azzurra Umbria non dara' rifugio a nessun altro che a turisti, mendicanti e mercantesse. Il pacifico lavoro dei campi e il flebile coro d'una compagnia d'operette che impara il suo repertorio dietro le finestre di una rimessa teatrale. Si', i "testimoni muti" possono dormire tranquilli: per lungo tempo nessuno li svegliera'.

Aleksandr Blok, Molnii iskusstva, in Sobranie socinenij, Mosca-Leningrado, 1962. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971.

Ravenna

A Ravenna siamo stati due giorni. E' profonda provincia, assai piu' profonda di Venezia. La piccola citta' dorme duramente, e dappertutto, chiese e immagini dei primi secoli del Cristianesimo. Ravenna ha conservato, meglio di tutte le altre citta', l'arte primitiva, il passaggio da Roma a Bisanzio. E sono molto contento che Brjusov ci abbia mandati qui; abbiamo visto la tomba di Dante, gli antichi sarcofaghi, mosaici sorprendenti, il palazzo di Teodorico. Nei campi oltre Ravenna, tra le rose e i glicini, e' la tomba di Teodorico. Dall'altra parte, una chiesa antichissima, nella quale, in nostra presenza, hanno dissotterrato un pavimento di mosaico dei secoli IV-VI..Umido; c'e' lo stesso odore che nelle gallerie della ferrovia, e dappertutto sepolcri. Uno, io l'ho trovato sotto l'altare, in un oscuro sotterraneo di pietra, dove, sul pavimento, c'e' l'acqua. La luce di una finestrina cade su di esso; vi sono sopra delle lastre di pietra di color lilla tenero, e una muffa di un verde tenero. E intorno un silenzio terribile.

Aleksandr Blok, da Lettera alla madre, 13 maggio 1909. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971.

Ravenna

Tutto cio' che balena un solo istante
e perisce, tu l'hai gia' seppellito
nei secoli, o Ravenna, e come un bimbo
dormi nell'assonnata eternita'.

Piu' non varcan gli schiavi le romane
soglie portando a te ricchi mosaici
e si spengono gia' le dorature
sui muri delle fresche tue basiliche.

I lenti baci dell'umidita'
attenuan la rozzezza delle volte
tombali, sotto cui son verdeggianti
sarcofaghi di santi e di regine.

Sono mute le sale dei sepolcri
ed e' la loro soglia fresca e ombrosa,
perche' della beata Galla il nero
sguardo non abbia da bruciar la pietra

destandosi. E' obliata e cancellata
di guerre e oltraggi l'orma sanguinosa,
purche' non canti la risorta voce
di Placidia passioni ormai trascorse.

In lontananza s'e' ritratto il mare
e al bastione s'avvinghiano le rose,
perche' Teodorico nella tomba
non sogni la tempesta della vita.

E i deserti su cui nasce la vita
- case ed uomini- tutti son tombe;
solo il bronzo solenne del latino
canta come una tromba sulle lastre.

Soltanto nello sguardo fisso e dolce
delle fanciulle di Ravenna a volte
la tristezza d'un mare irrevocabile
in timida sequenza scorre e passa.

Sol nelle notti, china sulle valli,
enumerando i secoli futuri,
l'ombra di Dante dal profilo d'aquila
per me cantando vien la
Vita Nova.

Alessandro Blok, Versi italiani. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editrori Riuniti, 1971.

La vergine di Spoleto

Sottile sei come un cero nel tempio,
l'occhio hai trafitto da spade d'amore.
Io non ti chiedo un sol bacio: in silenzio
Vorrei deporre sul rogo il mio cuore.

Io non ti chiedo una sola carezza:
t'offenderebbe la mia rozza mano.
Ma dal cancello ti guardo in purezza
Rose di porpora cogliere e t'amo.

Sempre ti bruciano i raggi del sole
E via t'involi sul tempo che fugge.
Su te c'e' un angelo senza parole:
io gusto in cuore il dolor che mi strugge.

Mentre t'intreccio nei riccioli, adagio,
dei versi ignoti gli strani diamanti,
getto il mio cuore invaghito sul lago
meraviglioso degli occhi raggianti.

Alessandro Blok, Poemetti e liriche. Torino, Einaudi, 1961. Traduzione di Renato Poggioli.


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