Andrei Belyi (pseudonimo di Boris Nikolaevic Bugaev), 1880-1934

Andrei Belyi, pseudonimo di Boris Nikolaevic Bugaev, nacque a Mosca nel 1880. Figlio di un famoso matematico, si laureo' in tale disciplina, ma poi segui' anche studi di poesia, filologia, musica, religioni, misticismo.
Fu amico di Bal'mont, Blok, Brjusov, Merezkovskij e a Mosca diresse il
Circolo degli Argonauti.
Dal 1910 al 1916 soggiorno' in Occidente visitando anche l'Italia.
Nel 1916 rientro' in Russia e vide nella Rivoluzione bolscevica l'atto di rinascita del popolo russo.
In tale anno si separo' dalla moglie, con la quale cerco' poi di riappacificarsi nel 1921, quando si trasferi'a Berlino. Respinto, cadde in una profonda crisi che lo induceva a ubriacarsi, ballare nevroticamente, fare scenate.
Torno' a Mosca nel 1923 e vi mori' l'8 gennaio 1934 in conseguenza di un'insolazione.
L'insieme delle numerose opere di Belyi da' un senso di confusione che e' insito alla sua stessa scrittura, ma che permane anche in relazione alla mancanza di un'edizione completa delle sue opere.
I suoi primi libri sono tre
Sinfonie in prosa ritmica (1900 - 1905) e L'oro azzurro (1904), pervasi dalla fede nell'avvento di una nuova era mistica e da continui riferimenti a Nietzsche.
Nei toni cupi di Cenere (1908) si riflette invece il fallimento della rivoluzione del 1905
Il primo romanzo,
Il colombo d'argento (1909), anticipa quella rottura del linguaggio comune che sara' tipica di Pietroburgo (1912), il suo romanzo piu' noto, rivisitazione espressionistica dei Demoni dostoevskiani.
L'apice di questo tipo di scrittura, audace e sperimentale, e' segnato da
Kotik-Letaev (1922) e poi da Dopo il congedo, che segna la distruzione del discorso e della sintassi tradizionale, in un ritmo onirico.
Primo incontro (1921) e' invece la sua maggiore opera in versi, una rivisitazione della Mosca dell'infanzia nei disagi della vita rivoluzionaria.
Ma non vanno dimenticati i suoi studi sui problemi della forma letteraria.
Gli anni del ritorno a Mosca, dal 1923 alla morte, saranno dedicati soprattutto alla produzione di memorie e di scritti di carattere storico-letterario.
La scrittura di Belyi ha un tratto di misticismo e profezia che sistematicamente rinnega se stesso attraverso una devastante ironia che da' il segno dell'appartenenza alla frantumazione umana del XX secolo.

Ruggiero Mascolo, 4/2005

Napoli

Ecco quel che Goethe scrisse di Napoli: "Qualunque cosa si sia detto, raccontato, disegnato, la realta' rappresenta assai piu di tutto cio'. Che rive, che baie, golfi, sobborghi, castelli, luoghi di divertimento!...ho perdonato a tutti quelli che sono impazziti per Napoli… io…io taccio del tutto e solo apro, spalanco gli occhi, quando qualcosa mi sembra troppo straordinario…". Il poeta Jakov Petrovic Polonckij, descrivendo i dintorni e le rive del golfo esclamo': "L'ombra del Tasso piange sull'amore"… io non ho percepito questo: dico: Goethe ha forse ragione; ma per quel che egli dice occorre penetrare profondamente lo spirito del luogo; la prima impressione non e' questa; non rivela pero' una menzogna; vedendo un volto coperto di eruzione cutanea, si puo' anche non notare subito che chi lo ha e' una figura; in una conversazione si puo' dimenticare la sua eruzione cutanea, ma l'eczema e' una malattia. Forse l'impressione di Napoli non mi ha svelato la sua vita reale; l'eruzione cutanea; questa eruzione cutanea e' la chiarezza dei colori; una chiarezza torbida; non la chiarezza della salute, ma la chiarezza della malattia; nell'afa perniciosa ardono di macchie vermiglie le gote del malato; ho veduto l'ardore delle case dai fianchi rossi; nella polvere del sole; e il paesaggio orientale, afoso, taglia gli occhi come le lame dorate dei raggi; si, Napoli e' entrata nella mia anima, come l'aguzzo pugnale di un furfante in abiti stracciati. Come se nella sinfonia dei violini in una serata focosa rimbombasse un colpo di tamburo: come un pagliaccio dal naso scuro, sanguinante e danzante.

Andrei Belyi, Putevje zametki, I, Sicilja-Tunis. Mosca-Berlino, Gelikon, 1922. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971.

Palermo

Palermo! Un miscuglio di stili, mancanza di stile, come fosse persino insipidezza, alla fine persino uno stile di questa insipidezza, mantenuta sino alla fine, il severo stile della screziatura - tutto cio' ci aggredi subito: al muro rosso ruggine come moresco del "Teatro Massimo", col giallo uovo delle mura pallide, con la piazza di nessun genere e l'arco di chi diavolo sa che stile, e la stretta "via Macqueda" e la fila di case noiosa per la solita" mancanza di caratteristica" e il ventre delle carrozzelle e il trasparente ornamento di piume delle dame e il noiosissimo smoking del nasuto grossolano che fissa in un decolte' il nero bottone del suo occhio, ma si toglie, davanti alla dama offesa, delicatamente la sua mezza bombetta con la mano inguantata - un uomo che con le labbra succhia il bastoncino e attraversa, fischiettando un motivo d'operetta, la calca del marciapiede; guardi il moscardino palermitano e pensi: Eh, sei l'indigeno tu! Perche' hai messo la mezza bombetta, cambiala col turbante!

Qui, gli uomini hanno indossato l'abito europeo per apparenza: l'arabo viene fuori. Nel siciliano si nasconde il saraceno, ma egli si sforza di coprire con la bombetta il suo passato glorioso, creando la mancanza di stile col miscuglio di terreno: il terreno dell'Africa con quello dell'Europa; sconquassando la struttura dell'uomo in Sicilia; i terreni ne sono scossi ancor oggi; le spinte sotterranee sono assai frequenti; la Sicilia e' il luogo della catastrofe, del sacrilegio e della mescolanza; e' la patria di Cagliostro…l'arabo si e' insinuato in tutto; nell'ottavo secolo saccheggio' la Sicilia; poi comincio' a viverci; l'amo'; cacciato via ne provo' nostalgia; vi aveva lasciata la sua anima africana; in essa si assuefece alla sua vita e con lui si assuefecero i suoi abitanti…tutta la Sicilia e' uno sfarzoso ornamento orientale, intrecciatosi in Italia in modo, bisogna riconoscerlo, casuale; risuonano tre note: il Rinascimento italiano risuona con l'altezza della musica simbolica; ma l'ornamento arabo, unendosi con l'Italia, qui, introduce, nella gamma della sinfonia, la strumentazione brillante a la Borodin; Bisanzio intreccia con le icone i suoni dei canoni orientali di chiesa, che non si adattano al cattolicesimo. E la fusione delle note - lo stile di Palermo - e' lo stile delle cose che non si fondono: essa forma il salto che scuote nelle diverse tonalita' della musica di…Skrjabin. Qui, presso il mare, passano davanti a noi: amori, draghi, Pompei, barocco, impero, tutto cio' che abbiamo or ora veduto nel palazzo: versiamo la sabbia e ricordiamo Skrjabin.

Andrej Belyj, Putevyie zametki. I, Sicilija - Tunis, Mosca - Berlino, Gelikon, 1922. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971.

Venezia

Tutta Venezia - balbettii dei flutti adriatici, una vela rossa in una lontananza verde: tessuto trasparente attraversato dai merletti degli edifici arabescati, anneritosi nella corsa dei secoli coi suoi palazzi; noi, seduti nella gondola, parlavamo di lei: la terra in essa manca; l'idea della terra dei marinai che ha generato il sogno della terra dei marinai, e' Venezia. - Il sogno s'e' realizzato: con le verdi lontananze, le vele rosse dapprima; le vele raccoltesi, si sono ammucchiate, hanno costruito i contorni dei palazzi luminosi nei loro colori. - Guarda, gli spigoli del color dell'alba sulle pareti sono vere e proprie vele. - I contorni degli edifici coi secoli si sono oscurati - cosi', ricordo, parlavamo noi. Si', sotto lo splendore lunare delle lagune si sono distese le fantasie del mosaico di Zargrad (Costantinopoli). - Questo palazzo nero luccica come la nera sabbia della conteria su di uno scialle che vola distendendosi. - Cosi' parlammo piu' volte, contemplando la visione del merletto schiumeggiante, della laguna, dal balcone dell'albergo, sull'incurvato ponticello.

Andrej Belyi, Putevye zametki. I, Sicilija - Tunis. Mosca-Berlino, Gelikon, 1922. In: Ettore Lo Gatto, Russi in Italia. Roma, Editori Riuniti, 1971.


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